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Whisky a Tokyo: l’incontro segreto tra Akira e El Incal

Whisky a Tokyo: il segreto che unisce Akira e El Incal nel manga

Ogni volta che mi chiedono cosa leggere di fantascienza a fumetti, rispondo sempre la stessa cosa: o El Incal o Akira. Sono due letture imprescindibili per chi ama l’arte sequenziale, sia che si tratti di fumetto europeo sia di manga giapponese. Entrambi sono capolavori di fantascienza, eccellenti sia per contenuto che per forma.

Qualche giorno fa ho scoperto una curiosa connessione tra le due opere e i loro autori, nata sotto l’influsso dell’alcol. L’uomo che ha scritto El Incal si è seduto a pranzo con l’uomo che ha creato Akira, proprio quando quest’ultimo non sapeva come concludere la sua storia. Il risultato di quell’incontro rimane uno dei misteri più affascinanti del fumetto.

Il consiglio più famoso del manga in uno scarabocchio

La vicenda è stata raccontata dallo stesso Alejandro Jodorowsky in un’intervista a FilmsActu durante il L’Étrange Festival del 2010.

Quando gli hanno chiesto se avesse davvero sussurrato a Katsuhiro Otomo il finale di Akira, ha risposto con il suo tipico stile: “È quello che dice Otomo, ma lui non se ne ricorda”.

Jodorowsky era a Tokyo per presentare il suo film Santa Sangre e gli organizzatori gli hanno offerto di pranzare con l’artista che avesse scelto. Ha chiesto Otomo, cosa che ha colto entrambi di sorpresa. I due si sono ritrovati in un ristorante cinese, con una bottiglia di whisky sul tavolo e una geisha che li accompagnava: è qui che è iniziato il “caos”.

Jodorowsky non beve, ma Otomo sì; il cileno ha deciso di seguirne il ritmo per pura cortesia, il modo più elegante che conosca per “finire wasted” a una cena di lavoro. Durante l’incontro Otomo ha confidato a Jodo di non riuscire a terminare Akira e, a quanto pare, il narratore cileno gli ha fornito la chiave, annotandola su un tovagliolo.

Che cosa ha scritto? Nessuno dei due ne ha più memoria.

Nessuno ricorda l’idea geniale di Jodorowsky che avrebbe permesso a Otomo di chiudere la storia di AKIRA. È curioso che un veterano del Movimento Pánico – fondato nel 1962 insieme a Fernando Arrabal e Roland Topor – abbia fornito la chiave per uno dei pilastri moderni del manga e dell’anime.

Jodorowsky ha descritto il gesto come una scrittura automatica: la mano che scriveva da sola mentre la mente era altrove, come avviene nei rituali di psicomagia. Quattro anni dopo ha riassunto l’aneddoto in un tweet che suona quasi come un haiku: “Qualcosa gli ho detto su Akira, non ricordo cosa”.

Il legame di Jodorowsky con il circolo surrealista di André Breton a Parigi, dove la scrittura automatica era il metodo fondativo del surrealismo, spiega il suo approccio.

Non si tratta tanto di una tecnica letterale, quanto di una trasposizione nella psicomagia e, soprattutto, nel tarocco – elemento centrale nella sua narrazione. Il suo modo di interpretare il tarocco è non predittivo: associazioni libere, pensiero creativo e risposte inaspettate. In assenza di un mazzo, una buona bottiglia di whisky può svolgere lo stesso ruolo.

Come sempre con Jodorowsky, è difficile distinguere dove inizi il reale e dove finisca la finzione. Non esistono prove concrete su quale parte del finale di Akira(se ce n’è una) derivi da quel foglio. L’unica fonte è Jodorowsky, che a sua volta cita Otomo; non ho trovato dichiarazioni del mangaka che confermino o smentiscano la storia.

Non è affascinante che il consiglio più famoso della storia del manga sia proprio uno che nessuno riesce a citare? Ogni lettore può proiettare lì ciò che vuole, ma è innegabile che l’evoluzione finale del personaggio di Tetsuo in Akira abbia molto di Jodorowsky. Confrontando le idee sul potenziale mentale dell’umanità presenti in Akira e El Incal, emergono sorprendenti punti in comune.

Un grande problema a cinque mesi dalla chiusura di Akira

Jodorowsky non indica la data esatta del pranzo, ma menziona la promozione di Santa Sangre.

Il film è stato presentato a Cannes nel maggio 1989 ed è arrivato nei cinema giapponesi il 27 gennaio 1990, secondo la scheda su Eiga.com. Se la cena è avvenuta durante quella promozione – deduzione plausibile – Otomo era a circa cinque mesi dal consegnare l’ultimo capitolo, pubblicato da Young Magazine il 25 giugno 1990, o forse poco prima.

Questa tempistica si sposa con l’affermazione di Otomo di non sapere come concludere ciò che aveva iniziato nel dicembre 1982. Non gli mancavano motivi per bloccare la storia: aveva messo in pausa il manga tra aprile 1987 e novembre 1988 per dirigere il film, uscito a luglio 1988 con un finale proprio. Al ritorno alle vignette doveva chiudere una narrazione già raccontata sul grande schermo.

Il finale che leggiamo oggi non è esattamente quello pubblicato sulla rivista. Il sesto volume, uscito a marzo 1993, aggiunse più di 30 pagine di epilogo; Otomo spiegò in un programma radiofonico quell’anno di aver chiuso la serializzazione in anticipo per recuperare le energie sottratte dal film. Se lo scarabocchio di Jodorowsky ha influenzato qualcosa, è avvenuto dopo tre anni di pausa e una nuova revisione.

Jodorowsky voleva ingaggiare Otomo

Nella stessa intervista del 2010, Jodorowsky ha raccontato di aver proposto a Otomo di disegnare Megalex. Il progetto non è decollato perché, secondo Jodorowsky, il giapponese aveva messo da parte il disegno per dedicarsi al cinema.

Alla fine la serie è stata realizzata da Fred Beltrán e pubblicata dalla leggendaria Les Humanoïdes Associés tra il 1999 e il 2008.

Immaginare quella città‑pianeta con il tratto di Otomo è uno di quegli esercizi di visualizzazione mentale che mi tolgono il sonno. Nonostante il lavoro eccellente di Beltrán, rimane il desiderio di vedere la collaborazione dei due maestri.

La cosa più sorprendente è che Jodorowsky non ha mollato. Nella stessa chiacchierata ha svelato di avere un’altra storia pronta per il giorno in cui Otomo sarebbe tornato al fumetto: un uomo vede un funerale per strada, si avvicina e scopre che il cadavere nella bara è lui stesso. È una premessa tipicamente jodorowskiana, un viaggio iniziatico in cui morire è la condizione per ricominciare – un tema riconoscibile da chiunque abbia letto El Incal.

Nel mondo di John Difool, il cui nome richiama la carta del Matto dei tarocchi, si cela un legame sorprendente tra due maestri del fumetto.

Il ponte tra Katsuhiro Otomo e Alejandro Jodorowsky porta il nome di Moebius, figura che Otomo ha sempre citato come una delle sue più grandi influenze. In un’intervista rilasciata a BDfile nel 2013, Otomo ha affermato che lo stile del francese è così solido da poter gestire qualsiasi sceneggiatura, comprese quelle di Jodorowsky.

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Oggi, a 72 anni, Otomo è immerso nello studio di animazione OVAL GEAR, che a maggio ha presentato un lungometraggio ancora in fase di produzione. Al momento non ci sono indicazioni che tornerà al manga nel breve termine.

Nel frattempo, Jodorowsky, a 97 anni, ha pubblicato quest’anno con Taschen Art Sin Fin un libro‑oggetto di oltre mille pagine che ripercorre tutta la sua opera.

Secondo le sue parole, non è un semplice libro, ma uno strumento.

Il copione dell’uomo che assiste al proprio funerale continua, per quanto ne sappiamo, senza la necessità di un disegnatore; né Otomo né Jodorowsky hanno più bisogno di dimostrare nulla. Il fatto che ancora oggi si parli di questi due lavori testimonia la loro vigoria e importanza, e il loro incrocio in un punto della storia, avvenuto durante una notte particolare, ha per me un senso profondo.

Che ne pensi? Conoscevi già questa storia? Rilevi dei parallelismi tra El Incal e AKIRA? Unisciti al server Discord di GamingPark e condividi la tua opinione con altri fan di videogiochi, anime e fumetti.

Redazione GamingParkRedazione GamingPark
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