Ho passato qualche giorno a riflettere su una domanda apparentemente banale che mi è sorta mentre ascoltavo il “O Fortuna” in una pubblicità. In che stato mentale ci si deve trovare per comporre un’opera del genere?

Carl Orff, nel 1934, mise a frutto il Codex Buranus, una raccolta di poesie medievali scoperta nel 1803 nell’abbazia bavarese di Benediktbeuern. Sfogliandone la copertina trovò una miniatura della ruota della Fortuna e alcuni versi che lamentavano l’instabilità della dea, paragonandola al ciclo lunare. Tanto fu colpito da quel frammento che lo stesso giorno compose la musica per quei versi; la cantata fu completata tra il 1935 e il 1936 e presentata all’Opera di Francoforte l’8 giugno 1937, trasformando un lamento di sfortuna in un brano apocalittico percussivo.
Ma torniamo al cinema, a Tolkien e al mito arturiano.
Per rispondere alla mia domanda, immagino che occorra trovarsi nello stesso stato d’animo in cui si decide di far suonare a tutto volume una colonna sonora mentre dei cavalieri in armatura galoppano tra i meli in fiore in una scena chiave del proprio film più ambizioso. Il film in questione è Excalibur, diretto da John Boorman. Boorman non si limitò a una colonna sonora tradizionale: inserì la marcia funebre di Sigfrido da Il tramonto degli dei sopra le sanguinose scene di Uther e usò il preludio di Tristano e Isotta come tema d’amore per Lancillotto e Ginevra, creando una sorta di “doppia narrazione”.
Il vero colpo di scena, però, è che Excalibur del 1981 non è affatto il film che Boorman aveva originariamente voluto realizzare. La sua vera ambizione era la Terra di Mezzo.
Boorman e la Terra di Mezzo
La storia inizia ben prima delle riprese. Alla fine degli anni ’60, Boorman era ossessionato dall’idea di creare un film su Merlino. Si mise in contatto con Rospo Pallenberg, un architetto newyorkese aspirante sceneggiatore, e insieme elaborarono una versione di La morte di Arturo di Thomas Malory.
Nel 1969 presentarono a United Artists una sceneggiatura di tre ore. Lo studio, dopo averne valutato i costi, rifiutò il progetto, ma non li lasciò a mani vuote: “Dato che vi piacciono le storie di maghi e spade, perché non provate a adattare Il Signore degli Anelli?” Boorman accettò l’incarico, nonostante Tolkien fosse ancora in vita e i diritti fossero appena stati acquistati.
Portò Pallenberg in Irlanda e, per sei mesi, lavorarono intensamente a una sceneggiatura che doveva diventare la più ambiziosa trasposizione della Terra di Mezzo. Il risultato fu un documento di circa 176 pagine datato dicembre 1970, decisamente fuori dagli schemi. Tra le proposte più singolari troviamo il Consiglio di Elrond trasformato in una rappresentazione teatrale elfica, o Frodo deposto nudo su un tavolo di cristallo in un anfiteatro, ricoperto da foglie verdi mentre gli altri cantano. Boorman interpretava Tolkien con una lente celtica e arturiana: Gandalf diventava Merlino, Galadriel la Dama del Lago. Il risultato era una visione personale, lontana dall’originale mitologia della Terra di Mezzo.
Uno studio accademico basato sui documenti depositati da Boorman all’Università dell’Indiana ha dimostrato che United Artists non intendeva realmente produrre il film, ma solo finanziare lo sviluppo della sceneggiatura.
Quando Boorman la consegnò, gli esecutivi non ricordavano più i dettagli del libro, e rifiutarla fu più facile a causa dei costi degli effetti speciali.
Il destino della sceneggiatura
Quando Ralph Bakshi iniziò a lavorare, anni dopo, alla sua versione animata de Il Signore degli Anelli, lo studio gli suggerì di attingere al testo di Boorman. Bakshi, però, preferì scrivere una sceneggiatura propria. Il lavoro di Boorman rimase inutilizzato, ma la sua immaginazione non fu del tutto persa: molti elementi visuali – foreste, armature, l’idea di un regno che marcisce con il suo re – furono trasposti in Excalibur. In sostanza,Excalibur è il Signore degli Anelli che non gli è stato permesso di girare, e forse ci siamo privati di un capolavoro.
Il Camelot più bizzarro
Dodici anni dopo, Boorman realizzò finalmente il suo film arturiano. Girato interamente in Irlanda, a pochi minuti dalla sua casa di Annamoe, il cast comprendeva la figlia Katrine nel ruolo di Igrayne e il figlio Charley come Mordred bambino.
Tra gli attori emergenti spiccano Gabriel Byrne, Liam Neeson, Ciarán Hinds e il grande Patrick Stewart. Boorman accoppiò Nicol Williamson e Helen Mirren, consapevole della loro rivalità sin dal Macbeth di sette anni prima, per sfruttare la tensione sullo schermo.
Uscito il 10 aprile 1981,Excalibur fu numero uno negli Stati Uniti, vinse il premio per il Miglior Contributo Artistico a Cannes e ottenne una nomination all’Oscar per la fotografia. Con una durata di 141 minuti, il film è ricco di simbologia arcana e messaggi ermetici, trasformando la leggenda arturiana in un viaggio simbolico che attraversa alchimia, ermeneutica e psicologia junghiana.
Artù e il suo regno si comportano come un unico organismo: la corruzione del re avvia il declino della terra, mentre il Graal rappresenta la speranza di ristabilire l’equilibrio. La narrazione può essere letta anche come una grande opera alchemica, grazie al ricco simbolismo dei personaggi.
Elementi iconici come la spada Excalibur, il drago o Merlino assumono una valenza esoterica, trasformando il film in un vero e proprio grimorio visivo sulla trasformazione dell’essere umano e sul suo rapporto con la natura.
Non mi addentrerò ulteriormente in questo “giardino” oggi, ma è interessante notare che John Boorman ha dichiarato che il suo montaggio originale durava tre ore, anche se non ho trovato una fonte primaria della citazione. Non mi sorprende affatto. L’unica scena sopravvissuta di quel materiale incompleto è quella in cui Lancillotto salva Ginevra da un bandito nel bosco; la sequenza compare in uno dei trailer promozionali dell’epoca.
Ebert ha definito il film “una visione meravigliosa e al contempo un disastro”, e aveva ragione su entrambi i fronti: i salti temporali sono bruschi, i personaggi appaiono e scompaiono, e interi tratti risultano completamente sconnessi.
Probabilmente questi vuoti testimoniano una serie di tagli severi. Eppure, sorprendentemente, il film funziona. Funziona perché nessun altro ha riprodotto il Medioevo con quella miscela di fango, ruggine e armature che riflettono il sole come se fossero magiche.
Immagine dell’unica scena inedita di Excalibur di cui si è certi che esista.
Il 23 febbraio scorso Arrow Video, in licenza Warner, ha lanciato un’edizione limitata in 4K con una nuova restaurazione dal negativo originale a 35 mm, in formato 1.66 : 1, la prima volta disponibile per il mercato domestico. Il set include commenti, interviste, materiale extra e un documentario sul set diretto da Neil Jordan, rimasto nascosto per quarantacinque anni. Un lavoro impeccabile, del tipo che giustifica l’acquisto di un disco.
Questa versione propone due tagli del film: la versione cinematografica di 141 minuti e una versione televisiva inedita per uso domestico della durata di 120 minuti. L’unico materiale recuperato in quarantacinque anni è il documentario e una versione censurata, a cui sono stati rimossi sesso e violenza per renderla adatta alla trasmissione televisiva.
Ricostruire il montaggio originale del regista richiede tempo e risorse: individuare i tagli, scannerizzarli e restaurare il presunto filmato inedito.
Se le affermazioni di Boorman fossero veritiere, valerebbe sicuramente la pena recuperare la versione completa di Excalibur.
Per un momento ho immaginato le tre ore perdute di Excalibur custodite in qualche sotterraneo di Warner, in attesa di essere restaurate, ma probabilmente è solo un mito. Forse quel film di tre lunghe ore esiste solo nei sogni, come suggerisce Merlino, addormentato tra le braccia del drago. Se esistesse un nuovo montaggio, sarebbe già emerso, data la popolarità del film.
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