Microsoft sognava data center sottomarini per combattere il surriscaldamento: ecco perché l’esperimento è fallito
Nel 2014, Microsoft lanciò un’idea tanto visionaria quanto bizzarra:Project Natick, un progetto che avrebbe portato i data center direttamente sul fondo del mare. L’ispirazione arrivò da Sean James, ex sommergibilista della Marina statunitense, convinto che i server potessero funzionare altrettanto bene – se non meglio – immersi nell’acqua. Quella che sembrava una trovata degna di Halo si trasformò in un esperimento senza precedenti.

Il primo prototipo, battezzato Leona Philpot(in omaggio al personaggio della saga Halo), fu calato al largo della California nell’agosto 2015. Per tre mesi, la capsula d’acciaio rimase sommersa a circa 10 metri di profondità, mentre il team monitorava da remoto temperatura, pressione e resistenza dei componenti. I risultati furono così promettenti che Microsoft decise di spingersi oltre.
Northern Isles: il data center sottomarino che ha resistito due anni
Nel giugno 2018, Microsoft posizionò una seconda capsula,Northern Isles, vicino alle isole Orcadi (Scozia), a 36 metri sotto il livello del mare.
Questa volta, l’impianto era ben più imponente: 12 rack con 864 server e una capacità di archiviazione di 27,6 petabyte, pari alla potenza di migliaia di PC domestici di fascia alta. La struttura era alimentata da energia rinnovabile locale (vento, sole, maree e onde) e sigillata con azoto secco, rendendo impossibile qualsiasi intervento manuale.
Quando, nel luglio 2020, la capsula fu recuperata, l’esterno era ricoperto da alghe, cirripedi e anemoni. Dopo averla pulita, i ricercatori prelevarono campioni d’aria e analizzarono i server. I dati lasciarono tutti a bocca aperta: il tasso di guasti era otto volte inferiore rispetto a un data center terrestre equivalente.
Microsoft ipotizzò due cause principali: l’azoto (meno corrosivo dell’ossigeno) e l’assenza di interferenze umane, come spostamenti di cavi o urti accidentali.
Un esperimento rivoluzionario, ma senza futuro commerciale
Sebbene Project Natick avesse dimostrato che i server potevano funzionare in modo più efficiente sott’acqua, Microsoft non trasformò mai l’idea in un modello operativo. L’obiettivo iniziale era posizionare capsule vicino a parchi eolici marini o aree costiere densamente popolate, riducendo la latenza dei dati. Tuttavia, il progetto rimase un caso di studio: nessun data center sottomarino commerciale è mai stato realizzato.
Nonostante l’insuccesso commerciale, l’esperimento lasciò un’immagine iconica: centinaia di server che lavoravano indisturbati mentre la vita marina cresceva loro intorno.
Per due anni, Xbox e Halo hanno avuto una “base segreta” sul fondo del mare, ma alla fine, il sogno di Microsoft di colonizzare gli oceani con i data center si è arenato.
In conclusione,Project Natick rappresenta un esempio affascinante di come l’innovazione tecnologica possa spingersi oltre i confini tradizionali, cercando soluzioni sostenibili e alternative per la gestione dei dati. Anche se l’idea di data center sottomarini non ha ancora trovato applicazioni commerciali su larga scala, l’esperimento ha fornito preziose informazioni sul funzionamento e l’affidabilità dei server in ambienti estremi.
Microsoft continua a esplorare nuove strade per migliorare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale delle infrastrutture digitali, ma per ora il sogno di colonizzare gli oceani con data center resta un progetto visionario, un capitolo unico nella storia dell’informatica e dell’ingegneria subacquea.
