AKIRA: dai kamikaze alla moto di Kaneda, il Giappone che consuma i suoi giovani
Parliamo del leggendario AKIRA, un capolavoro che molti hanno avuto la fortuna di vedere al cinema al momento della sua uscita. Altri lo hanno scoperto in una copia VHS di terza o quarta mano, con colori sbiaditi e audio non perfetto, eppure sono rimasti incollati al divano perché nulla, all’epoca, somigliava a un film d’animazione giapponese come questo. C’è la moto rossa di Kaneda, la derapata iconica che da trent’anni viene omaggiata in film, videogiochi e spot pubblicitari, e c’è quell’esplosione silenziosa che apre la storia. Si racconta che nel 1987 Spielberg e Lucas rifiutarono l’offerta di distribuirlo in Occidente, giudicandolo poco commerciale; alla fine, fu una piccola casa di distribuzione a lanciarlo e incassò quasi 49 milioni di dollari in tutto il mondo. Ma al di là di queste curiosità, c’è qualcosa che raramente viene raccontato: ed è proprio questo il tema di cui vogliamo parlare oggi.
Perché se un film cult come AKIRA continua a interessare a quasi quattro decenni di distanza, forse vale la pena approfondire il vero significato e ciò che si cela dietro questo capolavoro dell’animazione giapponese.
La tesi è semplice, ma scomoda:AKIRA, il celebre film di fantascienza, non ha inventato quasi nulla. Quello che il maestro Katsuhiro Otomo ha fatto è stato riordinare in un’unica narrazione tre grandi traumi sociali che il Giappone non riusciva a elaborare da decenni: i due bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, i giovani a cui il paese chiese di morire prematuramente, e la pulsione di velocità, tecnologia e morte che quella generazione ha trasmesso a quelle successive.
Neo-Tokyo non è una distopia inventata
Il film AKIRA si apre con un’esplosione: un lampo bianco e una cupola d’oscurità che inghiotte l’intera Tokyo. Da lì, la narrazione salta al 2019, in una Neo-Tokyo ricostruita vicino alla baia, una metropoli scintillante di neon ma marcia di violenza. Nulla di tutto questo è frutto di fantasia.Katsuhiro Otomo lo ha spiegato in un’intervista: voleva ritrarre il Giappone del tardo periodo Shōwa, quello della ricostruzione post-bellica, della crescita economica sfrenata e delle proteste studentesche degli anni Sessanta. Per questo ha ambientato la trama nel 2019, trentasette anni dopo l’inizio del manga di AKIRA nel 1982, che a sua volta erano esattamente trentasette anni dalla fine della guerra: una simmetria che lui stesso sottolinea.
Se ripercorriamo la storia del XX secolo giapponese, quell’esplosione iniziale nel film AKIRA è uno dei momenti chiave dell’identità di questo paese. È l’ombra dell’agosto del ’45, di Hiroshima e Nagasaki, di un paese che ha visto scomparire due città in pochi secondi.
Non sembra un caso che l’entità che provoca la catastrofe sia un bambino silenzioso di nome Akira, proprio come la bomba di Hiroshima fu battezzata con un altro soprannome,Little Boy. Da anni, leggiamo il film come un’eco diretta di quel trauma nucleare. La Neo-Tokyo di Otomo è, in fondo, il ritratto di tutto ciò che è andato storto nella ricostruzione: una città che cresce senza freni, abbagliante all’esterno e corrotta all’interno. E quei Giochi Olimpici che si intravedono sullo sfondo della trama di AKIRA hanno una loro ironia, perché quelli del 1964 furono proprio il simbolo del Giappone che risorgeva dalle sue ceneri; tre decenni dopo le riprese del film, la realtà ci ha regalato il brivido dei Giochi di Tokyo rinviati da una pandemia nel 2020, quasi un calco della finzione.
La leggenda narra che i kamikaze divennero motociclisti; la realtà è più interessante
Nell’autunno del 1944, con la guerra ormai persa e la flotta giapponese in frantumi, l’alto comando si aggrappò a un’idea disperata: lanciare aerei carichi di esplosivi direttamente contro le navi nemiche, con il pilota a bordo e senza possibilità di ritorno. Nacquero così le unità tokkōtai, gli attacchi speciali che in Occidente conosciamo come kamikaze, una parola che evoca il vento divino che, secondo la leggenda, affondò due volte la flotta mongola che intendeva invadere il Giappone.
Coloro che salivano su quegli apparecchi non erano fanatici senza volto. Gran parte erano studenti universitari, giovani colti e istruiti (quasi un migliaio, secondo lo studio di riferimento sull’argomento) che lasciarono i loro dubbi e le loro paure scritti in diari privati.
Che uno Stato convinca ragazzi brillanti che l’onore sia schiantarsi a vent’anni dice molto di ciò che un paese è capace di chiedere alla sua gioventù quando non ha più nulla da offrire, un tema che risuona anche in AKIRA.
E lo fece, inoltre, avvolgendolo nella bellezza. L’emblema dei tokkōtai era il fiore di ciliegio, lo stesso che riempie i parchi in primavera e cade proprio nel suo momento più bello. Il regime trasformò quel simbolo in propaganda e persuase i giovani che morire per l’imperatore significava cadere belli come i petali del ciliegio, come documentato da uno studio sulla militarizzazione dell’estetica in Giappone. Anche l’aereo progettato appositamente per queste missioni si chiamava Ōka, che significa letteralmente fiore di ciliegio; gli alleati, meno poetici, lo soprannominarono baka bomb(bomba idiota). C’è qualcosa di agghiacciante nel trasformare la morte di un ragazzo in un’immagine così delicata, e conviene non perderlo di vista, perché quella consuetudine di abbellire l’autodistruzione non finì nel 1945, ma si riconvertì, influenzando la cultura giovanile giapponese.

Prima di Tetsuo e Kaneda c’erano altri giovani ribelli
Quasi tutte le cronache collocano l’origine delle bande di motociclisti giapponesi, a cui si ispira il film AKIRA, nella gioventù sconfitta del dopoguerra e, in particolare, negli ex piloti kamikaze a cui era sfuggita la loro morte gloriosa per l’impero. A questi primi gruppi fu dato il nome di kaminari zoku, le tribù del tuono, per il fragore dei loro motori senza silenziatore. Il racconto è affascinante, ma va un po’ sfumato: quando l’industria motociclistica giapponese decollò davvero, alla fine degli anni Cinquanta, anche il più giovane di quei piloti avrebbe già avuto trent’anni, e coloro che riempivano le bande erano ragazzi di quindici e sedici anni.
Quindi la linea retta tra il kamikaze e il motociclista, così come spesso immaginata, è in buona parte una leggenda.
Otomo non ha scritto una trama storica, ma ha raccontato il XX secolo giapponese meglio di molti storici. Quello che è accaduto è altrettanto interessante e cruciale per comprendere AKIRA. Quei ragazzi ereditarono l’estetica e la posa mortuaria e funebre, e ne fecero il loro segno distintivo. Lo studio accademico Kamikaze Biker sul fenomeno lo spiega bene: i motociclisti adottarono l’iconografia kamikaze, gli slogan nazionalisti e le uniformi di stampo militare come puro teatro, come una rappresentazione della ribellione.
Man mano che la generazione della guerra invecchiava, il loro posto fu preso dai figli del miracolo economico, ragazzi stanchi di un sistema che non offriva loro spazio né futuro. Questi giovani si ispirarono al cinema americano dei ribelli, come Rebel Without a Cause, e la stampa li ribattezzò bōsōzoku, ovvero “la tribù della corsa selvaggia”.
La loro pulsione rimaneva la stessa: correre veloci, fare rumore, sfidare la morte, ma questa volta non per un imperatore, bensì come atto di ribellione e ricerca di identità. Questi ragazzi su due ruote, metà parodia e metà sfida, sono quelli che Katsuhiro Otomo avrebbe poi disegnato nelle iconiche bande di motociclisti di Neo-Tokyo, rendendo AKIRA un’opera senza tempo.
Tetsuo: il terzo atto di una storia che il Giappone non smette di raccontare
Torniamo a AKIRA, il capolavoro anime di Katsuhiro Otomo. Kaneda e Tetsuo, protagonisti del film, sono membri di una di queste bande di motociclisti, diretti discendenti dei bōsōzoku. Passano le notti a scontrarsi con gang rivali sulle loro moto, tra cui spicca quella rossa di Kaneda, diventata un’icona di design e un simbolo della cultura pop giapponese. Un incidente risveglia in Tetsuo un potere smisurato, troppo grande per la sua mente e il suo corpo, tema centrale sia nel manga che nel film.
Qui Otomo chiude il cerchio storico: il sistema individua Tetsuo, lo rinchiude in un laboratorio, tenta di sfruttare il suo potere, ma quando gli sfugge di mano lo abbandona a se stesso. Il suo corpo si deforma, la carne cresce in modo incontrollabile fino a trasformarsi in una massa inarrestabile.
Questa immagine può essere interpretata in vari modi: come metafora della mutazione causata dalle radiazioni atomiche o come simbolo dei cambiamenti rapidi e incontrollati dell’industrializzazione che ha inghiottito la gioventù giapponese del dopoguerra. Tetsuo è a volte solo un adolescente problematico con troppo potere, altre volte rappresenta il Giappone stesso, che cresce senza controllo. O forse è semplicemente l’ultimo anello di una catena iniziata nel 1944: il pilota kamikaze, il motociclista ribelle e infine Tetsuo, il giovane dotato di un potere straordinario e di un destino incerto e pericoloso.
Cambiano i mezzi e i decenni, ma il parallelismo rimane, rendendo AKIRA molto più di un semplice film di fantascienza con una derapata memorabile: è un’opera che esplora la storia e la società giapponese.
Perché continuiamo a essere ossessionati da AKIRA?
Perché, quasi quarant’anni dopo,AKIRA continua a esercitare un fascino così potente? Perché la moto di Kaneda e la sua iconica derapata sono ancora omaggiate in videogiochi, film e animazione? Perché una storia così radicata nella realtà giapponese è diventata universale?
Forse è per la moto, semplicemente fantastica e simbolo di un’estetica senza tempo. O forse per la qualità rivoluzionaria dell’animazione, che ha segnato un punto di riferimento per l’industria anime. Ma soprattutto, riconosciamo in AKIRA un paese che ha trasformato la morte precoce in un’immagine pop proiettata verso il futuro, un futuro che continua a sembrare affascinante e plausibile.
Otomo non ha scritto una semplice trama storica, ma ha raccontato il XX secolo giapponese, la sua evoluzione e le sue paure, meglio di molti storici.
Katsuhiro Otomo oggi e il futuro di AKIRA
A 72 anni, Katsuhiro Otomo, il geniale creatore di AKIRA, è appena tornato alla fantascienza con un nuovo studio e un progetto anime in corso. Ci sarà quindi l’occasione di scoprire quali nuove ossessioni creative lo animano. Nel frattempo, resta il dilemma eterno di AKIRA: Kaneda che cerca Tetsuo, e Tetsuo che cerca se stesso. Quasi quattro decenni dopo, il fiore di ciliegio continua a cadere, simbolo di una storia che non smette di ripetersi.
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