Gen Atlas: Fumito Ueda si ispira a un’altra icona oltre ai classici mecha
La scorsa notte, durante il Summer Game Fest, ho vissuto un momento che mi ha fatto riflettere su quanto tempo e quante energie mentali abbia dedicato a robot, mecha e marchingegni meccanici antropomorfi. Dirò in mia difesa che il nuovo trailer di Gen Atlas, l’ultimo progetto di Fumito Ueda, me l’ha reso fin troppo semplice. In questo breve video, una gigantesca testa metallica viene scagliata in aria da un pugno apparentemente devastante, e la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un ricordo di plastica:Rock ‘Em Sock ‘Em Robots, quel giocattolo con due pupazzi che si picchiano fino a quando la testa di uno salta via. Forse in Italia non è così noto, ma ha lasciato un segno indelebile nella cultura pop attraverso camei e riferimenti. E subito, ovviamente, sono arrivati alla mente tutti gli altri robot giganti combattivi:Mazinger Z,Gundam e l’intera mitologia di ragazzi che si arrampicano su macchine da guerra a forma umana.

La cosa curiosa è che una cosa è il pupazzo che si spacca la testa per divertirci, un’altra è ciò che Ueda fa da vent’anni: raccontarci storie emozionanti attraverso personaggi di grandi dimensioni. Sì, i robot di Gen Atlas si danno battaglia e perdono la testa letteralmente, ma scommetterei che questo nuovo progetto avrà più a che fare con El gigante de hierro che con Evangelion. E se non mi sbaglio di molto, la lotta non sarà il tema centrale.
La lotta sarà solo l’esca.
Se Rock ‘Em Sock ‘Em mise due robot a picchiarsi come gioco per bambini (per evitare di mettere due figure umane che potessero incoraggiare la violenza), fu l’anime a far salire i bambini dentro i robot. L’idea di salire su una macchina a forma umana e pilotarla da una cabina, un colosso d’acciaio che obbedisce al suo pilota, ha quasi 70 anni. Poi arrivò la versione adulta, quella delle guerre politiche e dei soldati che non sono eroi ma semplici operatori, dove il robot non era più un giocattolo ma uno strumento di un conflitto troppo grande per loro.
Questa mitologia è enorme, funziona da decenni, ci ha fatto crescere e sappiamo riconoscere il suo impatto nella cultura occidentale grazie a Power Rangers e Pacific Rim.
Ma c’è una biforcazione in questa evoluzione che mi interessa davvero oggi. Da una parte c’è il ramo luminoso, quello del robot come compagno, come amico gigantesco che ti protegge; dall’altra, il ramo oscuro, quello che prese queste stesse macchine e le riempì di angoscia, corpi che soffrono e adolescenti spezzati dentro. Non serve dire quale opera incarna meglio questo secondo ramo, perché ognuno avrà la sua preferita tra le tante disponibili: sei più di Amuro o di Shinji?
La domanda che mi pongo, vedendo Ueda affacciarsi per la prima volta al mondo dei giganti meccanici in un contesto più di fantascienza che di fantasy, è semplice: da che parte andrà? Perché proprio in quella scelta si decide se Gen Atlas sarà una storia di guerra o una storia d’affetto travestita da guerra.
El gigante de hierro: un’arma di distruzione di massa pacifista
Ecco il contrappunto perfetto a quegli anime di cui parlavo:El gigante de hierro, diretto da Brad Bird nel 1999 da un romanzo di Ted Hughes. Racconta esattamente il contrario del ramo oscuro dell’anime.
Ambientato durante la Guerra Fredda, parla di un bambino che diventa amico di un robot precipitato dal cielo e scopre che quella massa metallica, progettata per distruggere, può scegliere di non farlo. Il ragazzino gli ripete più volte che non è obbligato a essere un’arma, che può decidere cosa diventare, e il gigante gli dà ragione nel modo più assoluto: quando arriva il momento, invece di sparare, sceglie di essere Superman e salvare tutti. È un’arma che sceglie la tenerezza, e per questo continuiamo a commuoverci con lei quasi trent’anni dopo.
La cosa paradossale, se me lo permettete, è che quel film fu un fallimento al botteghino, incassando solo 31 milioni contro un budget di 50, affondato da una campagna promozionale della Warner che non ci credeva. Ci vollero anni perché diventasse il classico culto che è oggi. E guardate il dettaglio finale, perché risuona con il trailer di Ueda in modo inquietante: alla fine, i pezzi del gigante si muovono da soli e convergono verso la sua testa, persa in un ghiacciaio dell’Islanda, che sorride mentre si ricompone. La testa che si ricostruisce, che cerca di nuovo un corpo. Quasi la stessa immagine che Ueda ci ha mostrato ieri sera.
Tornando al trailer di Gen Atlas, quello che ci ha mostrato genDESIGN è un pianeta abbandonato disseminato di robot colossali, alcuni ancora attivi, altri arrugginiti e smantellati in parte.
C’è un mecha che carica un pilastro gigante come fosse una mazza (molto Pacific Rim, di nuovo), c’è un eroe in scala umana che si arrampica su una macchina in movimento, molto nello stile di Ueda. E ovviamente ci sono giganti che si affrontano, quel pugno e la testa che vola che vi ho descritto all’inizio, che si collega a un’altra immagine del gioco: una testa metallica che fluttua nell’aria, trova un corpo abbattuto e questo si rialza lentamente per riunirsi a lei. Una sorta di ricongiungimento in cui vedo lo stile di Ueda di sempre, quello di Shadow of the Colossus e The Last Guardian, quello del bambino e del gigante, della relazione diseguale tra un essere fragile e uno immenso.
Lasciatemi quindi speculare: forse Gen Atlas sarà un’odissea di solitudine e silenzio, forse una storia di lutto tra macchine, forse entrambe le cose insieme.
L’unica cosa che mi sento di affermare è che le battaglie, per quanto spettacolari, non saranno mai il cuore del gioco. E voi, che vi siete mai arrampicati su un colosso sapendo che avreste dovuto abbatterlo, non intuite già cosa ci aspetta?
Ueda racconta la stessa storia da vent’anni
Se c’è qualcosa che unisce quel giocattolo di robot colorati, il film di Bird e ciò che intuisco in Gen Atlas, non è la ferraglia né i pugni, ma l’idea che dentro la macchina più grande batta un cuore.Rock ‘Em Sock ‘Em sostituì i due pugili originali del giocattolo per evitare violenza; El gigante de hierro rimise l’anima dentro il metallo per farci commuovere; e Ueda, che da Ico ci parla di relazioni ed emozioni, sembra pronto a ricordarci ancora una volta che un colosso non è ciò per cui è stato costruito, ma ciò che sceglie di essere. Per questo mi importa poco di quante pallottole spari il protagonista in terza persona. Quello che conta è quella testa che cerca il suo corpo, perché in quel gesto c’è tutta la promessa di ciò che Ueda vuole raccontarci: sei tu a scegliere chi essere.
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