Questo fine settimana ho voluto rivedere Attack on Titan (Ataque a los Titanes) ancora una volta. Ho confermato che Hajime Isayama è davvero un genio e che l’intera opera era pianificata fin dall’inizio, come dimostrano i numerosi dettagli nascosti.
Ogni volta che arrivo al finale, però, avverto di nuovo quella sensazione di vuoto. Quello che parte come una storia di libertà nella lotta tra umani e titani si trasforma gradualmente in un intricato intreccio politico, in dibattiti morali e in conseguenze di guerra che lasciano lo spettatore a bocca aperta e, al contempo, a pezzi.
Il finale, però, avrebbe potuto risultare ancora più devastante: l’autore ha infatti ammesso che il messaggio che intendeva trasmettere era più tragico di quanto sia apparso sullo schermo.
Il vero retroscena di Eren Yeager
Il finale di Attack on Titan non è stato privo di polemiche. Il pubblico si è diviso tra chi ha rifiutato gli eventi e chi li ha sostenuti, quasi come se appartenesse a Eldia o a Marley. Dopo aver attivato il Rumble per distruggere il mondo, Eren segue un percorso senza ritorno, dal quale solo i suoi amici possono salvarlo con il sacrificio della propria vita.
Negli ultimi atti si scopre che Eren ha compiuto tutto ciò per garantire un futuro al resto del gruppo, ma il messaggio di Isayama non è stato trasmesso nella sua interezza, come l’autore stesso ha riconosciuto durante la visita al Museo HITA del 24 aprile.
Ciò che Isayama voleva chiarire è che Eren è passato da vittima a carnefice.
La sua vita è stata segnata dalla minaccia dei titani e ora spinge il mondo verso un destino ancora più oscuro. Prima di essere fermato, è riuscito a sterminare l’80 % dell’umanità.
L’idea originale era che il personaggio fosse percepito come un essere detestabile dal pubblico, ma il finale non ha prodotto lo shock sperato e ha concluso con alcune scene più “gradevoli”. Influenzato dalla sua personale visione di Eren, Isayama ha evitato di portare la storia fino al punto che aveva già tracciato in precedenza. Per questo motivo, durante la stessa visita, non ha esitato a definire il finale “disonesto”.
Isayama ha quindi fatto bene a non proseguire oltre. Può sembrare una scelta poco onesta, ma è difficile non pensare che abbia agito nel modo giusto.
Sono passati cinque anni dalla morte di Eren e ora possiamo analizzare la conclusione con una prospettiva più distaccata, al di là di rabbia, delusione o tristezza.
La grandezza del finale risiede nella sensazione di impotenza che lo spettatore prova quando si rende conto che non esiste alcuna alternativa. Se Eren fosse diventato completamente quell’essere spregevole, probabilmente non avremmo provato empatia per lui e il finale non ci avrebbe segnati allo stesso modo.
Per alcuni, Eren può apparire persino come un eroe che si sacrifica per garantire un lieto fine agli abitanti di Paradis, ma la realtà è diversa. Già dalla quarta stagione è evidente il suo desiderio di vendetta, e non esita a manipolare il padre per realizzare i propri scopi.
L’autore afferma di aver esplorato migliaia di possibili varianti, ma tutte conducono allo stesso punto. In ultima analisi, tutto dipende da una risposta di Mikasa Ackerman, ma nulla cambia il fatto che Eren abbia scelto di non comunicare con i suoi amici.
È importante considerare che l’idea originale di Isayama si è offuscata quando l’opera ha guadagnato una popolarità enorme. Internet si è riempita di teorie e dibattiti che analizzavano ogni minimo dettaglio, conferendo loro un peso condizionante nello sviluppo della trama.
L’autore ha persino inserito un finale alternativo durante la messa in onda di The Last Attack per accontentare, in parte, un pubblico incapace di accettare la verità.
Nonostante il dolore, il fatto che Eren mantenga una parte della sua innocenza – come nella scena in cui parla con Armin Arlert davanti al mare – e che le sue azioni vengano presentate come “una follia per amore” ha un impatto più forte sullo spettatore rispetto al semplice passaggio a genocida per vendetta (che comunque è). Questo elemento non è di minore importanza a livello narrativo, poiché i personaggi stessi porteranno la sua ombra per tutta la vita.
