I videogame sono una cosa da sfigati: la visione del gamer da vicino

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I videogame sono una cosa da sfigati: la visione del gamer da vicino

Quanti di voi che giocano ai videogiochi si sono sentiti dire, almeno una volta, che i videogiochi sono cose da bambini? O ancora peggio da sfigati?

Ora forse capita un po’ meno, visto che la percezione dei giochini elettronici è abbastanza cambiata, complice youtube e il fatto che siano divenuti un bene di così largo consumo. Un tempo quegli esotici apparecchi e chi ci “perdeva il suo tempo” erano visti alla stregua di creature astruse e misteriose. Il videogiocatore tipo era un individuo solitario che passava le sue giornate nella sua stanza buia, senza mai uscire e con come unica compagnia personaggi di fantasia.

Un alternativo nell’opinione di pochi, uno sfigato in quella di molti.

A volte non servivano neanche le parole: uno sguardo e sapevi già cosa pensava di te quell’interlocutore a cui avevi appena rivelato la tua passione per i videogiochi. Le reazioni andavano dallo schifo malcelato ad un’espressione che diceva: “poverino, sei uno di quelli”.

Nei miei ricordi ne ho una in particolare di reazione. È un episodio che risale alla mia adolescenza e che mi è rimasto indelebilmente marchiato nella testa e penso non se ne andrà mai; la prova è che ne sto ancora parlando proprio in questo articolo. Una sera stavo conversando con una persona conosciuta da poco. Per la prima volta stavamo parlando dei nostri interessi e lui, sentendomi nominare i videogiochi, mi disse: “Ah, ma, tu sei un nerd! Ma com’è che hai anche una vita sociale? Cioè giochi ai videogiochi, ma esci, hai una ragazza e fai sport? Pazzesco, non pensavo che esistesse gente come te.”

Capito? Per lui giocare coi videogame precludeva in automatico che uno potesse fare sport e avere una vita sociale.

Ma ora non capita più. Di venire bollato come “sfigato” se giochi ai videogiochi intendo. Almeno non così spesso come una volta. Ora i videogiochi sono più socialmente accettati e sono diventati qualcosa di “uso comune”. Perfino loro, gli adulti, quelli che criticavano me da bambino perché stavo troppo attaccato al Game Boy, se ne stanno incollati davanti agli schermi a 50-60 anni suonati per giocare a cose come il famigerato Candy Crush Saga. Che poi questa piaga dei genitori videogiocanti è cominciata con un altro gioco che ormai quasi tutti sembrano essersi scordati: Farmville. Sottolineo quasi tutti perché per me è impossibile dimenticare Farmville! Era il lontano 2009, quando in casa c’era ancora un solo computer, ed ero costretto a litigare con i miei genitori perché LORO, dovevano andare su Facebook a giocare a Farmville perché altrimenti marciva il grano! Scenari apocalittici che da bambino non avrei manco lontanamente immaginato.

È un esempio microscopio lo so, ma penso che ben dimostri come i videogame abbiano contribuito e stiano continuando a trasformare la nostra società e il nostro modo di guardare alla tecnologia stessa. Si tratta di un media che influenza la nostra società da oltre 30 anni e questo ormai è innegabile, ma non è sui videogiochi in sé che mi voglio concentrare, ma su noi. Sui videogiocatori. Come viene visto oggi il videogiocatore?

Per quanto riguarda i ragazzini non ne ho idea, ma immagino bene, visto che appunto, oramai tutti giocano ai videogiochi. Perché mai un bambino/adolescente dovrebbe venir visto male per questo? Non siamo più nei medievali anni 90′ giusto?

Posso però dirvi la mia su come l’appassionato di videogame “non più giovanissimo”, il videogiocatore assiduo che consuma decine di titoli al mese, viene visto al giorno d’oggi. Posso raccontarvelo perché è quello che sono. Sono un nerd, di 27 anni, che ama starsene con il pad in mano per ore e ore alla settimana. Ah, esco ancora con gli amici e ho ancora una ragazza, con buona pace del tipo di cui vi parlavo prima, ma anche questo non è rilevante. Ciò di cui voglio parlare è di come reagisce oggi la gente quando gli parlo del fatto che amo i videogiochi.

Di norma l’argomento salta fuori quando dico che “recensisco videogiochi”. Le reazioni che ho sperimentato nel corso degli anni son svariate, ma solitamente la persona che ho di fronte reagisce in maniera divertita o incuriosita. C’è anche qualcuno che mi guarda con ammirazione eh, ma sono pochi, e nella maggior parte dei casi pensano che sia uno youtuber. E invece sono solo uno scribacchino, guarda un po’. Che sfigato eh?

Comunque sia la domanda più comune che mi rivolgono è se mi pagano per farlo. Quando rispondo no, mi chiedono: allora perché lo fai? Ed io: “Perché mi piacciono i videogiochi!” E qui le reazioni di chi mi sta di fronte generalmente sono due: o liquidano l’intero discorso con un “Ah..” o con una ironica frase di circostanza, oppure iniziano a farmi domande più specifiche. “Ma giochi col computer?”, “Quante console hai?”, o cose più filosofiche del tipo: “Ma cosa significa recensire un videogioco”? A quest’ultima domanda non so mai come rispondere veramente.

Comunque mi succede che fra i “curiosi”, quelli che iniziano a pormi domande sul mio essere un recensore, finisca per lo scoprire degli ex-gamer. Solitamente sono gente della mia età o giù di lì. Iniziano lanciando lì dei timidi commenti del tipo “Ma te lo ricordi Spyro?”, “Ma li fanno ancora i Tekken?”, per poi iniziare a “scoprirsi” sempre di più, man mano che vedono che li incalzo gettandogli addosso informazioni su di un mondo che per loro apparteneva all’infanzia, e davano quindi come morto e sepolto. E molto spesso sapete cosa accade? Che a questa gente torni la voglia di giocare e inizino a domandarmi consigli su che titoli prendere, che console prendere, come fare per farsi assemblare un pc, ecc. ecc.

Nerds

Anche dentro di lui potrebbe esserci un ex-gamer.

Davvero, non avete idea di quante volte mi sia capitata questa cosa e con persone che tra l’altro, ad un primo impatto, si dimostravano totalmente disinteressate al mondo videoludico. Mi è successo, e mi è successo di nuovo, fino a quando ho realizzato. Questa gente, per anni, ha represso dentro di sé un interesse perché non era più in linea con altre cose che facevano pressione sulla loro vita. Cose come il giudizio degli altri.

Visto che gli era stato inculcato che i videogame sono una cosa da “sfigati” o infantile, non se ne sono più minimamente curati e probabilmente avranno contribuito loro stessi a portare avanti un’idea che in verità non li rappresentava minimamente. Perché a loro i videogame piacciono.

Questo quando va bene. Quando va male ci sono ancora gli sguardi alla “poveretto”. Sono molti meno, lo sottolineo di nuovo, ma mi capitano ancora. Solitamente provengono da persone che rientrano in una fascia di età più alta della mia, anche se devo dire che ho incontrato sessantenni che sapevano snoccialarmi titoloni con scioletezza o avevano intere farmato l’inverosimile su Waframe. In alcuni casi però si tratta di gente della mia età, convinta che qualsiasi cosa che non riguardi “la vita vera” sia spazzatura. La vita vera solitamente consiste in televisione, calcio, motori e discoteche. Anche quando mi si presentano questi casi quello che tento di fare è far capire a questa gente che i videogiochi sono qualcosa di meraviglioso e complesso, dove c’è spazio per ogni cosa e non solo per le storie semplici e infantili. Non sempre ho successo. E l’epiteto di sfigato torna ad alleggiarmi attorno, anche se non viene espresso più con la brutale chiarezza degli adolescenti. E in quei momenti mi viene da pensare: “Ma cosa volete? Sempre meglio rimpinzarsi di favole che della vuota ignoranza che gira in televisione e che voi generalmente amate. Eh? Cosa volete da noi? Lasciateci riempire la nostra testa di storielle e fantasia, invece che di inutili scempiaggini che insegnano solamente cose fatte apposta per etichettare e giudicare il prossimo. No, perché qua mi viene da citare Balasso quando dice “Il buon gusto è apologia del razzismo” e da prendermi a mazzate con la collector di Alan Wake. Dovete lasciarmi in pace, CAPITO? AVETE CAPITO?

Oddio. Oddio cosa è successo? Mi è uscito il nerd violento? Scusate, scusate. Non so che farci. È quel virus latente che c’ho nella mente ed è incline ad azioni violente. Non ricapiterà. Comunque vado a concludere anche perché non so più dove sto andando parare con questo articolo.

Concludo dicendo che: penso le cose stiano cambiando, e forse lo stanno facendo per il meglio. L’enorme attenzione che stanno ricevendo i videogiochi al giorno d’oggi ha contribuito a sdoganarli, a renderli qualcosa di cui non bisogna vergognarsi. O almeno non troppo. Non so come evolveranno le cose, e se quei milioni di ragazzini che ora giocano a Overwatch e Fortnite, crescendo dimenticheranno di essere stati dei gamer ma confido che non sarà così. Io dal canto mio non smetterò mai di esserlo e continuerò a parlare di questa mia passione con chi avrà orecchie per ascoltare. Lo stesso invito a fare quelli che amano l’animazione, i fumetti, la lettura. Tutti quei passatemi da sfigati che ci danno ancora la possibilità di sognare ad occhi aperti.

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